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Quanto vale la cucina italiana: la maxi cifra

Pubblicato:

Martina Bressan

Martina Bressan

SEO copywriter e Web Content Editor

Appassionata di viaggi, di trail running e di yoga, ama scoprire nuovi posti e nuove culture. Curiosa, determinata e intraprendente adora leggere ma soprattutto scrivere.

Quanto vale la cucina italiana

La cucina italiana continua a rappresentare una delle eccellenze più riconosciute e amate al mondo. Non si tratta soltanto di un patrimonio culturale e gastronomico, ma anche di un settore che muove cifre importanti e che contribuisce in maniera sostanziale al valore dell’intera industria della ristorazione globale. A confermarlo è il nuovo studio Deloitte Foodservice Market Monitor 2025, che fotografa lo stato di salute del comparto e ne ha evidenziato tendenze, opportunità e sfide.

Il valore della cucina italiana nel 2025

La cucina italiana, che era stata candidata Patrimonio UNESCO, non è soltanto sinonimo di tradizione e qualità, ma anche di business. Lo studio Deloitte Foodservice Market Monitor 2025 evidenzia come il 19% del mercato globale dei Full Service Restaurant (ristoranti con servizio al tavolo) sia oggi rappresentato proprio dall’offerta gastronomica italiana. Secondo il report, la cucina tricolore ha raggiunto nel 2024 un valore complessivo di 251 miliardi di euro a livello mondiale, con una crescita del +4,5% su base annua.

A trainare la crescita sono soprattutto gli Stati Uniti e la Cina, che insieme coprono oltre il 65% dei consumi globali di cucina italiana. Una dimostrazione di quanto le ricette e i piatti tipici del nostro Paese abbiano saputo entrare anche nelle abitudini alimentari di mercati enormi e culturalmente diversi. Anche se, secondo uno studio condotto da BonusFinder Italia, la cucina italiana rimane tra le più caloriche al mondo.

Dal punto di vista interno, l’Italia si conferma uno dei principali mercati globali del food: sesto per valore complessivo, quarto per i ristoranti con servizio al tavolo e quinto per i Quick Service Restaurant (QSR, i locali caratterizzati da servizio rapido e ritiro al banco). Un dato interessante riguarda la crescita delle catene ancora poco diffuse in Italia rispetto agli standard internazionali; queste hanno visto aumentare la propria incidenza dal 7% del 2019 al 10% attuale.

Come sottolinea Tommaso Nastasi, Partner e Value Creation Service Leader di Deloitte Italia, il settore sta attraversando una fase di normalizzazione dopo la forte ripresa post pandemia, ma continua a mostrare segnali di vitalità. Si possono leggere nel sito ufficiale di ‘Deloitte’ le sue parole: “Il tasso di crescita doppio rispetto al periodo pre-Covid e l’espansione di alcuni format come i Quick Service Restaurant mostrano una chiara evoluzione delle abitudini di consumo e dei modelli di business.

Il mercato della ristorazione a livello internazionale

Guardando al quadro internazionale, secondo Deloitte Foodservice Market Monitor 2025, il settore del foodservice ha raggiunto nel 2024 un valore di 2.916 miliardi di euro. Il dato rappresenta la crescita stabile dell’ultimo periodo ma anche il superamento dei ritmi pre-Covid. Il Nord America si è confermato leader della ripresa grazie alla forte presenza dei modelli Quick Service Restaurant, seguito dall’Europa.

L’area con le migliori prospettive per i prossimi anni è però l’Asia-Pacifico, dove si prevede una crescita media del +3,1% tra il 2024 e il 2029. Sempre secondo Deloitte, i QSR continueranno a espandersi a livello globale con un tasso di crescita del +2,5% nello stesso periodo, superiore al +2,2% previsto per l’intero comparto. A determinare queste dinamiche è anche l’evoluzione dei consumi.

C’è da dire che la Gen Z frequenta ristoranti e takeout 3-4 volte al mese, con una spesa media in crescita. Il ristorante, soprattutto per i più giovani, non è soltanto un luogo dove mangiare, ma uno spazio di socializzazione e spesso anche un’esperienza. A questo dato si aggiungono alti due numeri importanti: il 65% dei clienti dichiara di essere disposto a pagare di più per prodotti sostenibili, mentre il 76% riduce il consumo di carne per motivi ambientali.