Questo sito contribuisce all’audience di

Virgilio InItalia

Lipari sta sprofondando: lo studio sull'isola dell'Eolie

C'è un incredibile patrimonio archeologico sui fondali di Lipari, ma come ci è finito? Un nuovo studio svela che l'isola continua a sprofondare da millenni

4 min di lettura

Giulia Sbaffi

Giulia Sbaffi

Web content writer

Web content writer appassionata di belle storie e di viaggi, scrive da quando ne ha memoria. Curiosa per natura, le piace tenersi informata su ciò che accade intorno a lei.

Lipari

Prosegue lento ma inesorabile, ormai da millenni, l’affondamento dell’isola di Lipari: la maggiore delle isole Eolie continua a scivolare pian piano al di sotto del livello del mare, come dimostrano le più importanti scoperte archeologiche del secolo scorso. Un nuovo studio multidisciplinare fa il punto della situazione, evidenziando la velocità a cui Lipari sta sprofondando in acqua e aprendo nuovi scenari sulla ricerca archeologica locale. Ecco cosa sappiamo.

Il nuovo studio sul livello del mare a Lipari

Lipari, così come l’intero arcipelago delle isole Eolie, ha una storia geologicamente molto complessa: le attività vulcaniche e tettoniche dei fondali marini circostanti hanno modellato, nel corso dei millenni, il paesaggio costiero dell’isola, influendo anche sui numerosi siti archeologici che oggi sono finiti sotto il livello dell’acqua. Un team di esperti internazionali, provenienti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dall’Università Sapienza di Roma, dall’Università di Bologna, dal LESIA Observatoire de Paris e dalla Radboud Radio Lab olandese, ha condotto un nuovo studio che dimostra come l’isola di Lipari stia continuando a sprofondare – un processo che prosegue ormai da millenni.

La ricerca, pubblicata recentemente sulla prestigiosa rivista “Quaternary International”, si basa sulle intuizioni del celebre archeologo Sebastiano Tusa ed è dedicata alla sua memoria – nel 2019 è scomparso prematuramente in un incidente aereo. Come riporta l’INGV, i dati evidenziano il modo in cui i processi geologici, tettonici e vulcanici dell’isola abbiano avuto un ruolo fondamentale nel progressivo sprofondamento dei siti archeologici presenti lungo le coste di Lipari. “Per comprendere le cause della loro rapida sommersione, è stato condotto uno studio multidisciplinare attraverso misure geodetice GNSS, rilievi batimetrici ad altissima risoluzione, rilievi sismici, indagini archeologiche subacquee, dati topografici storici e ricostruzione delle variazioni del livello del mare” – ha spiegato Marco Anzidei, dirigente di ricerca dell’INGV e autore della pubblicazione.

I risultati sono estremamente interessanti e forniscono una nuova visione sulla storia geologica dell’isola nei suoi ultimi quattro millenni. Le ricerche sono state condotte a partire da alcuni reperti archeologici appartenenti all’età del Bronzo, rinvenuti ad una profondità compresa tra i 20 e i 42 metri al largo di Pignataro di Fuori. I dati permettono di stimare un abbassamento di Lipari che sta procedendo alla velocità media di 7,9 millimetri all’anno negli ultimi 3.900 anni. “Questo valore rappresenta la migliore approssimazione desumibile da tutti gli indicatori utilizzati che coprono un periodo compreso tra circa 100 e 3.900 anni fa, che oggi si trovano sommersi a causa dei cambiamenti morfologici della zona costiera dovuti all’aumento del livello del mare, ai movimenti verticali del terreno e all’erosione” – ha aggiunto Anzidei.

Lipari e i siti archeologici sommersi

Il nuovo studio si rivela particolarmente interessante dal punto di vista archeologico: non solo permette di ipotizzare la presenza di ulteriori siti sommersi al largo dell’isola di Lipari, in zone finora mai state prese in considerazione, ma getta anche nuova luce su alcuni ritrovamenti in merito ai quali, probabilmente, sono in passato state tratte conclusioni erronee. L’area archeologica di Pignataro di Fuori, ad esempio, è stata per lungo tempo considerata ciò che restava del relitto di un’antica imbarcazione da trasporto affondata a poca distanza dalle coste dell’isola. Ora i ricercatori ritengono che i numerosi frammenti ceramici qui rinvenuti siano invece appartenuti ad un insediamento costiero della cultura di Capo Graziano, che popolava le Eolie durante l’età del Bronzo, progressivamente sprofondato sott’acqua per l’alzarsi del livello del mare, i movimenti tettonici e l’erosione dell’isola.