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Incubo Niscemi, le città fantasma d'Italia per frane o terremoti

Incubo Niscemi, località siciliana che rischia di sparire per cause naturali: ecco quali sono le città fantasma d'Italia per le frane o i terremoti

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Silvio Frantellizzi

Silvio Frantellizzi

Giornalista

Giornalista pubblicista. Da oltre dieci anni si occupa di informazione sul web, scrivendo di sport, attualità, cronaca, motori, spettacolo e videogame.

La frana di Niscemi che rischia di far scomparire un intero comune ha fatto tornare l’attenzione sulle città fantasma d’Italia, tra i luoghi vulnerabili e quelli che a causa di eventi naturali sono stati praticamente spazzati via.

Incubo Niscemi: quali sono le città fantasma in Italia per frane e terremoti

Uno dei casi più celebri riguarda Cavallerizo, in Calabria: il 7 marzo del 2005, una frana di enormi dimensioni travolse la frazione del comune di Cerzeto e quasi tutte le abitazioni andarono distrutte. In quell’occasione, l’intero centro abitato venne spostato in un altro luogo.

In totale furono evacuate 329 persone su una popolazione di 581 abitanti: dopo attente valutazioni e studi, integrati dai dati di monitoraggio, la Protezione Civile decise per la totale delocalizzazione della frazione di Cavallerizzo, ricostruita in un altro sito considerato sicuro. L’evento di più di vent’anni fa ebbe un grande risalto mediatico per le conseguenze che ha determinato, sia in termini di costi emergenziali che di disagio sociale.

Restando al Sud, ma spostandosi in Sicilia, si può citare il caso di San Fratello, in provincia di Messina, da sempre soggetto a dissesto idrogeologico, basti pensare che la parte più antica del borgo subì uno smottamento già nel 1745. Una frana, risalente al gennaio del 1922, rase al suolo quasi tutta la parte antica dell’abitato.

Il 14 febbraio del 2010, San Fratello venne nuovamente devastato da una frana che si verificò tra il quartiere Stazzone e la contrada Riana: buona parte degli abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per le conseguenze dell’evento naturale e dovettero trasferirsi altrove.

Non una frana, bensì un terremoto, colpì il comune di Apice in provincia di Benevento: il 21 agosto del 1962 due scosse devastarono il Sannio e l’Irpinia, provocando 17 vittime. Al tempo il Ministero dei lavori pubblici ordinò l’evacuazione di 6.500 abitanti che si trasferirono, in gran parte, nel nuovo abitato sorto sul pianoro del vecchio paese. Una parte degli abitanti, però, decise di restare ad Apice nonostante l’ordinanza di evacuazione: restarono fino al 1980 quando il terremoto dell’Irpinia costrinse anche gli ultimi residenti a lasciare il paese.

I casi di Civita di Bagnoregio e Gibellina

Esistono tuttavia esempi virtuosi di rigenerazione urbana, luoghi distrutti dai fenomeni naturali che sono poi risorti, riuscendo a fare del turismo il loro punto di forza. Uno dei casi più eclatanti è quello di Civita di Bagnoregio, presente nella classifica dei borghi più belli d’Italia secondo i turisti statunitensi.

Situato in provincia di Viterbo, Civita di Bagnoregio presenta una morfologia frutto di erosione e frane e può essere raggiunta solo attraverso un ponte pedonale in cemento armato. Nel corso degli anni la sua popolazione è lentamente ma inesorabilmente diminuita, fino ad arrivare ad appena 10 abitanti nel 2025: contemporaneamente, però, è aumentata a dismisura la sua forza a livello turistico, attirando ogni giorno decine e decine di visitatori.

Discorso simile per Gibellina, città del trapanese colpita dal sisma del Belice del 1968: con il passare del tempo è rinata grazie all’apporto di pittori, architetti, designer e scultori e non a caso è stata proclamata Capitale dell’Arte Contemporanea, ruolo che ricopre per tutto il 2026.