Sul Vesuvio crolla l'Occhio del Diavolo nella Valle dell'Inferno
Sul Vesuvio è crollato l'Occhio del Diavolo, celebre formazione rocciosa nella Valle dell'Inferno, ecco cosa può essere successo secondo gli esperti

Il paesaggio del Vesuvio ha perso uno dei suoi elementi naturali più curiosi e riconoscibili. L’Occhio del Diavolo, particolare formazione rocciosa che accompagnava gli escursionisti lungo la Valle dell’Inferno, non c’è più. A documentarne la scomparsa sono state alcune immagini che mostrano chiaramente come si presentava la zona soltanto poco tempo fa e come appare oggi.
Vesuvio, cos’era l’Occhio del Diavolo crollato nella Valle dell’Inferno
Il Vesuvio è uno dei vulcani più famosi al mondo, conosciuto soprattutto per la terribile eruzione del 79 d.C. È in quella famosa eruzione, raccontata da Plinio il Giovane, che sono stati distrutti centri come Pompei ed Ercolano, i cui resti ora sono parte del Parco Archeologico. Quello che oggi viene comunemente chiamato Vesuvio fa parte, in realtà, del complesso vulcanico Somma-Vesuvio: il Monte Somma rappresenta ciò che rimane dell’edificio vulcanico più antico, mentre il Gran Cono si è sviluppato successivamente all’interno della sua caldera. È proprio tra queste strutture che si trova la Valle dell’Inferno, uno degli ambienti più spettacolari dell’area protetta.
Il ‘Corriere della Sera’ riporta che proprio in questa zona c’era anche quella che i frequentatori della montagna avevano ribattezzato “Occhio del Diavolo”. Si trattava sostanzialmente di un foro, simile a un piccolo arco naturale. Il suo nome non aveva un’origine scientifica. Era la particolare forma della roccia, che ricordava un grande occhio rivolto verso il sentiero, ad aver alimentato l’immaginazione degli escursionisti e a rendere la formazione facilmente riconoscibile. Adesso, però, quel famoso arco naturale è crollato.
Il crollo è stato notato il 17 agosto 2026 da Giuseppe Miranda, patron della Vesuvio Ultra Marathon, durante un’escursione mattutina. Come riporta sempre il ‘Corriere’, Vincenzo Marasco, operatore della Protezione Civile e profondo conoscitore del Vesuvio, ha successivamente messo a confronto due fotografie della zona. La prima, scattata durante la primavera, mostra ancora chiaramente l’Occhio del Diavolo, mentre nella seconda, realizzata il 17 agosto, la formazione non è più presente.
Non risultano al momento elementi che permettano di collegare la scomparsa a un episodio o ad un fenomeno preciso. L’ipotesi più accreditata per ora è quella di un processo naturale legato all’azione progressiva degli agenti atmosferici e alla fragilità della formazione, sulla quale potrebbero avere inciso vento, piogge e forse alcune sollecitazioni del terreno.
Cosa dicono gli esperti sul crollo dell’Occhio del Diavolo
A descrivere la formazione prima della sua scomparsa è stato proprio Vincenzo Marasco. Al ‘Corriere della Sera’, l’operatore della Protezione Civile ha parlato del “buco che si apriva nelle propaggini interne dell’antico Monte Somma, nel dicco lavico che sovrasta il Vallone dell’Arena all’interno della Valle dell’Inferno.” Per Marasco, quanto avvenuto rientra, purtroppo, nel corso naturale delle parti più vulnerabili della montagna.
L’operatore ha, però, aggiunto anche una considerazione personale: “Quell’occhio fisso su chi percorreva la sentieristica che attraversa la Valle dell’Inferno ci mancherà”. Il crollo assume infatti un significato particolare soprattutto per chi frequenta abitualmente i sentieri del Vesuvio. L’Occhio del Diavolo non era un monumento nel senso tradizionale del termine, ma negli anni era diventato un punto di riferimento naturale del percorso.
A confermarlo è Ciro Teodonno, istruttore del Club Alpino Italiano e reggente della sottosezione Vesuvio: “Lo ricordo da sempre e l’ho osservato per l’ultima volta a dicembre dell’anno scorso, quando partecipai ad una escursione nella Valle dell’Inferno”, ha raccontato. Lo stesso Teodonno spiega anche il fascino della formazione: “Era una sorta di arco naturale e, come spesso accade per le conformazioni naturali, la fantasia di chi le guarda si mette in moto, fino a trasferire in quelle conformazioni forme e simboli riconducibili all’uomo od al soprannaturale”.
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