Questo sito contribuisce all’audience di

Virgilio InItalia

Allarme olive in Italia: cosa sta succedendo

Nuovo allarme olive in Italia: negli ultimi dieci anni è calata sensibilmente la percentuale di superfice destinata alla coltivazione di oliveti

Pubblicato:

Silvio Frantellizzi

Silvio Frantellizzi

Giornalista

Giornalista pubblicista. Da oltre dieci anni si occupa di informazione sul web, scrivendo di sport, attualità, cronaca, motori, spettacolo e videogame.

Raccolta olive

Scatta un nuovo allarme olive in Italia: la Superficie Agricola Utilizzata, destinata alla coltivazione di olivi, in dieci anni si è ridotta del 7,1% stando all’indagine sull’industria dell’olio d’oliva pubblicata da parte dell’Area Studi Mediobanca.

In calo la superfice di coltivazione di olivi: scatta l’allarme olio in Italia

La situazione è complicata per tutto il settore, con numeri preoccupanti anche a livello regionale: in Calabria dal 2014 al 2024 la Sau è scesa del 6,7%, mentre in Puglia del 2,7%. In crescita quella della Lombardia anche se incide solo dello 0,3% sul totale regionale.

Meno terreno destinato alla coltivazione di oliveti influisce in maniera negativa sulla campagna olivicola: quella della stagione 2024/2025 ha visto l’Italia dimezzare il proprio peso sulla produzione mondiale, toccando quota 6,3%, meno della metà rispetto al 12,7% della stagione 2023/3024.

L’Italia risulta in controtendenza con i quantitativi dei principali produttori internazionali, tutti in aumento nel 2024/2025, quando la produzione globale di olio d’oliva ha toccato il massimo storico di 3,6 milioni di tonnellate dopo due anni di scarica, facendo segnare un +38% rispetto alla campagna precedente.

La Spagna, leader mondiale, ha visto aumentare la sua produzione del 51%, arrivando al 36,1% del totale: bene anche la Turchia (+109,3% e fetta del 12,6% su scala mondiale) e Grecia (+42,9% e 7% sulla produzione globale).

Le 42 tipologie italiane di olio d’oliva Dop e le 8 Igp rappresentano attualmente il 32,3% dei prodotti del comparto oli e grassi registrati nell’Unione Europea e il 15,1% di quelli italiani Dop-Igp-Stg del settore alimentare. Tale segmento incide ancora poco, in quanto rappresenta il 2% del valore della produzione, ed è molto concentrato, con Puglia, Sicilia e Toscana raccolgono l’86,6% del valore
nazionale.

Le ripercussioni negative sui prezzi: l’andamento

L’analisi condotta da parte di Mediobanca ha evidenziato come la scarsità dell’offerta italiana incida sui prezzi dell’olio evo nazionale, sempre più elevati rispetto ai maggiori mercati mondiali. Dall’inizio del 2024 all’inizio del 2025, per esempio, sono praticamente dimezzati i prezzi dell’olio extravergine spagnolo e greco: i primi sono scesi da 8,8 euro al chilo a 4,1 euro al chilo, mentre i secondi da 8,3 euro al chilo a 4,2 euro al chilo.

Le quotazioni dell’olio evo italiano, invece, sono praticamente sempre al di sopra dei 9 euro al chilo In calo del 4% anche i consumi di olio d’oliva in Italia, terza nella posizione mondiale con una quota del 12,4% sui quantitativi totali.

Stando alle elaborazioni dell’Area Studi Mediobanca su dati NielsenIQ, in Italia il circa il 70%dei consumi di olio d’oliva è veicolato dal canale della Gdo: le vendite di olio d’oliva nella grande distribuzione organizzata, nei dodici mesi terminanti con il terzo trimestre 2025, sono calate del 7,1% a valore (+12,6% i
volumi). Sull’andamento  stato determinante l’aumento del 16,3% dei volumi dell’evo (90% del totale) che rilevano una forte elasticità della domanda alla riduzione prezzo (-18,1% il prezzo).

Calano i consumi ma l’export si conferma a buoni livelli

A fronte di quanto evidenziato fino a qui, il report ha mostrato anche dati positivi: nel decennio 2015-2024, per esempio, le vendite dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva sono cresciute a un tasso medio annuo del 7%, più del resto del settore alimentare e quasi il doppio della manifattura (+3,9%).

Di vitale importanza è stato l’export, in crescita del 9% medio annuo tra il 2015-
2024. All’estero va il 35,4% del giro d’affari (+5,4% sul 2015): meglio hanno fatto solo i produttori di bevande (39,1%, +2,4%).