Il mosaico rubato in guerra non è di Pompei: scoperta l’origine
Il mosaico rubato in guerra e assegnato a Pompei non proveniva dall'area vesuviana: nuove ricerche hanno svelato la vera origine del reperto nelle Marche

Per lungo tempo un antico mosaico è rimasto un piccolo enigma dell’archeologia italiana. Trafugato durante la Seconda guerra mondiale, il reperto è stato restituito allo Stato italiano nel 2025 dopo decenni trascorsi in Germania e in un primo momento viene attribuito all’area vesuviana e affidato al Parco archeologico di Pompei, perché lo stile e la tecnica sembrano compatibili con produzioni note nel territorio campano. Le ricerche avviate dopo il suo rientro in Italia cambiano però la prospettiva.
Da dove proviene davvero il mosaico rubato durante la guerra
Il reperto in questione è un mosaico romano con scena erotica, realizzato con tessere minute e caratterizzato da una composizione figurativa molto riconoscibile. L’immagine raffigura un uomo che porge una borsa di denaro a una donna seminuda, dettaglio iconografico che si rivela utile nel confronto con fonti storiche e documentarie.
Studi scientifici, verifiche documentarie e il confronto tra archeologi permettono di ricostruire la vera storia del manufatto, gradualmente emerge un dato inatteso: il mosaico non proviene da Pompei e la vicenda si trasforma così in una vera e propria indagine archeologica.
Oggi il lavoro degli studiosi consente di ricostruire un percorso lungo oltre ottant’anni, iniziato durante il conflitto mondiale e chiarito solo grazie alla collaborazione tra università, archeologi e istituzioni.
Le ricerche portano infine a una conclusione inattesa: il mosaico non proviene dall’area vesuviana ma da una villa romana situata nelle Marche, a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano in provincia di Ascoli Piceno.
La svolta arriva durante la presentazione pubblica del reperto nel 2025. In quell’occasione l’archeologa marchigiana Giulia D’Angelo riconosce alcuni elementi che rimandano a un contesto archeologico delle Marche; da quel momento partono verifiche più approfondite che collegano il mosaico a una villa romana documentata proprio in quell’area.
Le analisi archeometriche condotte con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio confermano l’ipotesi che il manufatto appartiene a una produzione artistica laziale che, in età romana, viene commercializzata in diverse regioni della penisola.
Un ulteriore elemento emerge anche dalla ricerca negli archivi. Nel XIX secolo il pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli riproduce infatti il mosaico in un taccuino manoscritto oggi conservato nella Biblioteca comunale di Ascoli Piceno; accanto allo schizzo annota il luogo del ritrovamento in un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro.
La testimonianza conferma che il mosaico era noto agli studiosi già nell’Ottocento e che la sua presenza nel territorio marchigiano era stata registrata molto prima della sua scomparsa.
Perché il mosaico viene assegnato inizialmente a Pompei
Quando l’opera rientra in Italia nel 2025 non esistono infatti informazioni certe sulla sua provenienza; gli eredi della famiglia tedesca che lo custodiva decidono di restituirlo allo Stato italiano, ma non possiedono documenti utili a identificare il luogo originario del reperto.
Secondo la ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, il mosaico viene trafugato tra il 1943 e il 1944 da un capitano della Wehrmacht presente in Italia durante la guerra. L’ufficiale lo porta in Germania e successivamente lo dona a un conoscente, nella cui famiglia l’opera rimane per decenni.
Quando il mosaico torna in Italia il Ministero della Cultura decide quindi di collocarlo temporaneamente nel Parco archeologico di Pompei. La scelta si basa su un criterio plausibile: mosaici con caratteristiche simili per tecnica e stile sono ben documentati nell’area vesuviana.
Tuttavia le ricerche avviate dopo il suo arrivo iniziano progressivamente a mettere in discussione questa attribuzione e oggi la corretta identificazione dell’origine restituisce così al reperto il suo contesto storico.
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