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Le foreste italiane e la peste nera: l'incredibile scoperta

Le foreste italiane raccontano la Peste Nera del XIV secolo e uno studio ora svela come l’epidemia favorì la rinascita di alcuni boschi secolari

Pubblicato:

Martina Bressan

Martina Bressan

SEO copywriter e Web Content Editor

Appassionata di viaggi, di trail running e di yoga, ama scoprire nuovi posti e nuove culture. Curiosa, determinata e intraprendente adora leggere ma soprattutto scrivere.

isola Montecristo

Le foreste italiane custodiscono una memoria molto più antica di quanto si potesse immaginare. Dentro il legno di alcune querce secolari, sopravvissute per centinaia di anni, i ricercatori hanno individuato le tracce della Peste Nera del Trecento. La scoperta è sorprendente perché collega due mondi che, a prima vista, sembrano lontanissimi: la storia e la natura. Quando, a metà del XIV secolo, la Peste Nera colpì l’Europa provocando un enorme calo della popolazione, anche le attività agricole, pastorali e forestali si ridussero. Meno campi coltivati, meno pascoli, meno taglio del legname significarono, in alcune aree, più spazio per la natura.

La scoperta sulle foreste italiane dopo la Peste Nera

Lo studio, intitolato “Ancient oaks reveal rewilding of Mediterranean forests after the Black Death”, è frutto di una collaborazione internazionale che ha coinvolto enti come l’Università della Tuscia, l’Università di Bologna, il Xishuangbanna Tropical Botanical Garden in Cina e, per la parte di datazione, il CEDAD dell’Università del Salento. Il lavoro si concentra su alcune tra le querce più antiche d’Italia, alberi che in alcuni casi si avvicinano al millennio di vita e che possono essere considerati veri archivi naturali.

Come spiegato da ‘AGI’, le aree analizzate sono molto diverse tra loro. Da un lato c’è l’Isola di Montecristo, nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, dall’altro c’è l’Aspromonte, in Calabria, contesto montano dove crescono querce caducifoglie. Nonostante le differenze tra questi due posti, i ricercatori hanno individuato un punto in comune.

I dati mostrano infatti un aumento della presenza di alberi a partire dall’inizio del Quattrocento, cioè nei decenni successivi alla grande epidemia di peste nera iniziata nel 1347. Questo non significa che la Peste Nera abbia “creato” le foreste, ma che il drastico calo della pressione umana avrebbe favorito, in alcune zone, una fase di rinaturalizzazione. Campi abbandonati, pascoli meno sfruttati e minore domanda di legname permisero agli alberi di riconquistare spazi che l’uomo aveva occupato nei secoli precedenti.

La ricerca non si basa su semplici osservazioni visive. Determinare l’età di alberi così antichi è molto difficile, perché i tronchi possono essere cavi, danneggiati o senza anelli annuali chiaramente leggibili. Per superare questo limite, gli studiosi hanno utilizzato la datazione al radiocarbonio su minuscoli frammenti di legno interno. La scoperta ha un grande valore. In un’epoca segnata da cambiamenti climatici, questi boschi mostrano quanto gli ecosistemi possano reagire quando la pressione umana diminuisce.

Le parole dell’esperto sullo studio

A spiegare l’importanza del lavoro è Gianluca Quarta, professore ordinario di Fisica Applicata all’Università del Salento e co-autore dello studio. Il suo contributo è legato in particolare alle analisi di datazione svolte dal CEDAD, il Centro di Fisica Applicata, Datazione e Diagnostica del Dipartimento di Matematica e Fisica “Ennio De Giorgi”.

Si tratta di un laboratorio specializzato in tecniche avanzate di datazione al radiocarbonio, fondamentali per leggere campioni antichi e complessi come quelli prelevati dagli alberi. Sempre ‘AGI’ ha riportato le parole di Quarta sul caso: “La mole di dati raccolta in contesti ambientali così differenti, combinata con solidi modelli statistici, ha permesso risultati eccezionali”.

Il professore ha poi sottolineato uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca riguardo ai lecci dell’isola di Montecristo: “Tra i risultati più sorprendenti: i lecci sempreverdi di Montecristo hanno raggiunto quasi 950 anni di età, superando di due secoli le stime di longevità massima finora note per le specie mediterranee”. È un dato che cambia la percezione di questi alberi che sono organismi capaci di attraversare secoli di storia, conservando nel proprio legno informazioni preziose su clima, uso del suolo e trasformazioni sociali.