L'inno nazionale d'Italia cambia: Mattarella "cancella" la parola
Cambia il testo dell'Inno d'Italia: "cancellata" una parola in seguito a un decreto di marzo firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Una parola è stata “cancellata” dall’Inno d’Italia: in base a una direttiva dello Stato Maggiore della Difesa, nelle cerimonie delle caserme italiane non si esclama più il “Sì!” al termine del Canto degli italiani di Goffredo Mameli.
Il testo dell’Inno Nazionale d’Italia cambia: “cancellata” una parola
Stando a quanto riportato da ‘Il Fatto Quotidiano’, la decisione di togliere la parola dall’Inno d’Italia era contenuta in un decreto presidenziale del marzo scorso firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, adottato su proposta della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e poi pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio del 2025.
Sempre stando al quotidiano, la decisione sarebbe contenuta all’interno di un “foglio” dello Stato Maggiore della Difesa, datato 2 dicembre: in base al documento viene disposto che “in occasione di eventi e cerimonie militari di rilevanza istituzionale, ogniqualvolta venga eseguito il Canto degli italiani nella versione cantata, non dovrà essere pronunciato il ‘Sì!‘ finale”.
Come riportato da ‘TgCom24’, l’ordine è transitato attraverso tutti i comandi delle forze armate italiane, dalla Finanza all’Esercito, con l’indicazione di assicurarne “la scrupolosa osservanza” fino al più piccolo presidio territoriale. Per il Colle si tratta solamente di un adeguamento alla versione originale dell’Inno, richiesto dall’ambiente musicale e dalle varie bande militari.
La questione relativa al testo originale
La decisione di eliminare il “Sì!” esclamato alla fine della parte cantata dell’Inno di Mameli ha generato un dibattito sul testo originale della canzone: la questione verte sulla presenza o meno di quel “Sì!” oggetto dell’adeguamento da parte del Colle.
Nel manoscritto autografo che risale al 1847 ed è conservato al Museo del Risorgimento di Torino, non c’è alcun “Sì” scritto da Goffredo Mameli: lo spartito musicale originale di Michele Novaro, quello poi effettivamente utilizzato e pubblicato sul sito governativo, riporta invece l’esclamazione finale.
Novaro, infatti, aggiunse quella sillaba con un’intenzione precisa: nelle note spiegò che il crescendo culminava in “un grido supremo, il quale è un giuramento e un grido di guerra”. Lo stesso Novaro chiese anche perdono al poeta per la sua aggiunta, giustificata con un’esigenza espressiva della composizione musicale.
Sempre ‘TgCom24′ ha ricordato che l’esecuzione dell’Inno scelta dal Quirinale era quella del 1961 con il Tenore Mario Del Monaco che effettivamente non prevedeva il “Sì”: l’esclamazione dopo i versi “siam pronti alla morte/l’Italia chiamò” è tuttavia entrata a far parte dell’immaginario collettivo, con il “Sì!” scandito a chiare lettere nelle cerimonie pubbliche e anche durante l’Inno cantato dagli sportivi azzurri.
La modalità d’esecuzione ufficiale del Consiglio dei Ministri
Nel corso del mese di marzo del 2025 il Consiglio dei Ministri, in seguito alla riunione avvenuta a Palazzo Chigi, aveva pubblicato un comunicato ufficiale riguardante la modalità d’esecuzione dell’Inno nazionale. Nel comunicato si leggeva:
“Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, ha approvato lo schema di decreto del Presidente della Repubblica previsto dalla legge 4 dicembre 2017, n. 181, recante norme per il riconoscimento del testo del Canto degli Italiani’ di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale Inno nazionale della Repubblica.
Lo schema di decreto stabilisce le modalità di esecuzione dell’Inno nazionale nelle occasioni istituzionali e pubbliche. Il provvedimento, che interviene per colmare una lacuna normativa, a sette anni dall’approvazione della legge, riguarda uno dei simboli distintivi della Repubblica e viene adottato in vista della celebrazione della ‘Giornata dell’Unità Nazionale’, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera’, fissata dalla legge 23 novembre 2012, n. 222, per il 17 marzo”.
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