Al largo di Camogli è stato trovato un relitto romano "fantasma"
Al largo delle acque del borgo di Camogli è stato finalmente ritrovato il famoso relitto romano "fantasma", rimasto nascosto per moltissimi anni

Un’anfora romana integra, individuata a oltre quaranta metri di profondità, ha permesso ai Carabinieri Subacquei di Genova di ritrovare nelle acque liguri un misterioso sito archeologico. La presenza di alcuni reperti, infatti, era già stata segnalata negli anni Cinquanta, ma le operazioni di ricerca non avevano portato a nulla di concreto. Solo recenti immersioni hanno portato al censimento di nove anfore e alla riscoperta di quello che viene chiamato il “relitto fantasma” di Punta Chiappa.
La scoperta del relitto romano al largo di Camogli
Camogli è una graziosa cittadina ligure della Riviera di Levante, conosciuta per il suo porticciolo, le facciate colorate degli edifici e il suo antico legame con il mare. Per secoli, la vita del borgo di Camogli è stata legata alla pesca, alla navigazione e al commercio. È proprio poco al largo della costa, nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino, che i Carabinieri Subacquei hanno individuato un sito archeologico sommerso.
Come spiega un comunicato stampa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria, ad individuare il primo indizio sono stati i Carabinieri del Nucleo Subacquei di Genova, durante un’uscita di addestramento. Oltre quaranta metri sotto la superficie, a Punta Chiappa, i militari hanno trovato un’anfora romana integra del tipo Dressel 1. La segnalazione alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio Ligure ha portato a successive immersioni di ricognizione. La mappatura ha permesso di censire nove anfore, raccolte in un’area ristretta lungo le fenditure della parete rocciosa.
La tipologia del carico offre anche un primo riferimento cronologico. Secondo l’archeologo subacqueo Simon Luca Trigona, si tratta di anfore vinarie Dressel 1A di produzione tirrenica, databili tra la fine del II secolo e il primo decennio del I secolo a.C. Le dimensioni dell’imbarcazione, invece, non sono ancora note. Il soprannome di “relitto fantasma” nasce da una vicenda che risale al 1959. Nel novembre di quell’anno il subacqueo Duilio Marcante segnalò la presenza di anfore incastrate nelle rocce di Punta Chiappa.
Durante la ricognizione con i Carabinieri Sommozzatori individuò altri reperti e un possibile accumulo ai piedi della falesia. L’anno successivo una nuova verifica, alla quale parteciparono anche Nino Lamboglia e il collaboratore Gianni Roghi, non riuscì però a ritrovare quel cumulo. Da allora si persero le tracce del sito, fino alla recente riscoperta. Qualche anno fa, però, era stato ritrovato sempre nella zona al largo di Camogli un galeone rinascimentale del Cinquecento.
Le parole degli esperti sulla scoperta
Per Alessandra Cabella, funzionaria del Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea della Soprintendenza, il ritrovamento ha un valore che va oltre il recupero materiale degli oggetti. ‘Il Messaggero’ ha riportato le sue dichiarazioni in merito: “La scoperta di un relitto e, nel caso presente, il plusvalore dell’identificazione con un brano quasi mitologico della storia della subacquea, ci proiettano in un cortocircuito temporale che azzera la distanza narrativa connettendoci con le grandi figure dei pionieri della subacquea e dell’archeologia: Duilio Marcante e Nino Lamboglia, insieme ai carabinieri subacquei di allora e di oggi.”
Il commento richiama il filo che lega generazioni diverse di ricercatori e sommozzatori. Prima le immersioni e le segnalazioni degli anni Cinquanta, poi la perdita delle coordinate e, infine, la nuova individuazione da parte dei Carabinieri Subacquei. Secondo la Soprintendenza, sarà necessario continuare a monitorare il fondale e regolare le immersioni per proteggere l’area. La vicenda si aggiunge ad altri ritrovamenti avvenuti di recente come la nave romana con anfore individuata al largo di Mazara del Vallo e il relitto romano con anfore e garum trovato a Gallipoli. Tutti questi reperti e rinvenimenti sono ora al vaglio degli esperti, perché aiutano a ricostruire le rotte e i carichi che attraversavano il Mediterraneo antico.
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