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Il primo "parto assistito" tentato sulle Dolomiti 6mila anni fa

Circa 6mila anni fa è stato tentato un "parto assistito" sulle Dolomiti: la grande scoperta avvenuta grazie ai resti degli scavi archeologici

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Silvio Frantellizzi

Silvio Frantellizzi

Giornalista

Giornalista pubblicista. Da oltre dieci anni si occupa di informazione sul web, scrivendo di sport, attualità, cronaca, motori, spettacolo e videogame.

Dolomiti

I resti di un neonato del Neolitico hanno svelato quella che attualmente è la più antica traccia al mondo documentata di una manovra di estrazione ostetrica sulle Dolomiti.

Dolomiti, 6mila anni fa il primo “parto assistito”

La scoperta è avvenuta grazie a un gruppo di ricerca guidato da Omar Larentis del Laboratorio Bagolini Archeologia, Archeometria e Fotografia dell’Università di Trento: dalle analisi dei resti sono emerse le tracce di un parto complicato e del tentativo di salvare la vita del nascituro con manovre ostetriche.

Come riportato da ‘Adnkronos’, i resti provengono dagli scavi condotti dal 2021 al 2024 e diretti da Fabio Cavulli dell’Università di Napoli Federico II e da Francesco Carrer della University of Newcastle in collaborazione con Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento.

In fase di studio sono stati analizzati i resti di un individuo umano di circa quaranta settimane dal concepimento, ritrovati nel sito di Ripari Alti, posto a 1.100 metri di altitudine nella Valle di Lamen, all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti bellunesi.

I ricercatori hanno usato un approccio multidisciplinare, combinando osservazioni antropologiche, microspia digitale e microspia elettrica a scansione per analizzare i fragili resti ossi conservati nel tempo.

Grazie all’utilizzo di queste tecniche, è stato possibile individuare una frattura dell’omero compatibile con le sollecitazioni che possono verificarsi durante un parto problematico e la lesione potrebbe essere stata provocata dalle manovre necessarie per provare a completare il parto.

Sulle ossa del neonato sono state individuate anche delle minuscole alterazioni porose all’altezza delle tibie e della mandibola, segnali di uno stress nutrizionale o metabolico del feto prima della nascita: ciò indica che la madre soffriva di carenze alimentari, come la mancanza di vitamine C e D, offrendo così ulteriori spunti di riflessione sulla salute delle persone nelle comunità alpiniche preistoriche.

Una delle scoperte più difficili a livello archeologico

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica ‘Journal of Archaeological Science: Reports’ e ha permesso di ricostruire uno degli interventi più difficili da individuare in ambito archeologico, un possibile trauma durante il parto.

A firmare l’articolo sono stati: Omar Larentis del Laboratorio Bagolini Archeologia, Archeometria, Fotografia (LaBAAF) del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento; Francesco Carrer della School of History, Classics and Archaeology, University of Newcastle (Regno Unito); Fabio Cavulli del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, inserita nel 2026 nella classifica Censis dedicata alle migliori università italiane.

Omar Larentis, primo autore dell’articolo scientifico, ha spiegato sulle analisi in laboratorio: “Per il nostro studio l’utilizzo del microscopio a scansione elettronica che il Laboratorio Bagolini mette a disposizione è stato importante per andare a integrare la valutazione macroscopica della frattura dell’omero. Il laboratorio ha una serie di microscopi ottici digitali fondamentali per questo scopo.

È stato possibile rilevare ad altissimo ingrandimento delle minuscole scaglie dovute a una frattura su osso fresco, invisibili con un microscopio normale. Ecco, la prova regina ce l’ha data la microscopia a scansione elettronica. È la dimostrazione di una forza esercitata per far fronte a un parto difficile, probabilmente accompagnato da tentativi di estrazione manuale”.