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Overtourism e Mediterraneo "più fragile": cosa sta succedendo

Il Mediterraneo, già provato dall’aumento delle temperature, viene messo a rischio anche dell’overtourism e per questo gli esperti lanciano l’allarme

Pubblicato:

Martina Bressan

Martina Bressan

SEO copywriter e Web Content Editor

Appassionata di viaggi, di trail running e di yoga, ama scoprire nuovi posti e nuove culture. Curiosa, determinata e intraprendente adora leggere ma soprattutto scrivere.

Overtourism Mediterraneo

Spiagge affollate e località che in poche settimane accolgono numeri enormi di visitatori: è questo l’overtourism, ormai al centro del dibattito sul futuro del Mediterraneo. Ma le conseguenze dell’eccessiva pressione turistica non riguardano soltanto le città e chi le abita. Il problema continua, infatti, anche sotto la superficie del mare, dove l’impatto delle attività si somma all’aumento delle temperature delle acque.

Overtourism e Mediterraneo, perché il mare è sempre più a rischio

Negli ultimi anni l’overtourism è diventato particolarmente pressante in alcune delle destinazioni più celebri. Non solo a Venezia, dove, ad esempio, è stato introdotto il ticket, ma ‘La Repubblica’ riporta che nel Mediterraneo, a Santorini, sono state introdotte limitazioni agli arrivi giornalieri dei crocieristi. Dietro alle immagini di spiagge affollate e centri storici congestionati, quindi, c’è anche un altro risvolto. Quando il numero di presenze aumenta enormemente nell’arco di poche settimane, non crescono soltanto il traffico e la domanda di alloggi e servizi.

In poco tempo cresce il fabbisogno idrico e diventa più complesso gestire rifiuti, acque reflue e sistemi di depurazione, soprattutto nei piccoli centri con una popolazione residente molto ridotta. Inoltre, anche l’ecosistema ambientale subisce molta pressione. Uno degli esempi più evidenti è quello della Posidonia oceanica. Le sue praterie costituiscono un habitat fondamentale per il Mediterraneo, contribuiscono alla biodiversità e svolgono un ruolo importante nella protezione dei litorali dall’erosione. In molte baie, però, gli ancoraggi possono danneggiare il fondale e compromettere le praterie di Posidonia.

A mostrare la dimensione del fenomeno sono anche i dati europei sul turismo. Secondo Eurostat, nel 2025 nell’Unione europea sono stati registrati quasi 3,1 miliardi di pernottamenti turistici, il 2,2% in più rispetto all’anno precedente. Il 61,7% del totale si è concentrato in appena quattro Paesi: Spagna, Italia, Francia e Germania. L’Italia, con circa 476,9 milioni di pernottamenti, si è posizionata al secondo posto nell’UE, dietro alla Spagna. A incidere sulla pressione esercitata sugli ecosistemi è soprattutto la concentrazione temporale dei flussi.

Milioni di visitatori si concentrano quindi lungo le coste in un momento in cui il Mar Mediterraneo è già esposto a temperature molto elevate. Nell’estate 2026 il tema è diventato ancora più attuale a causa delle temperature eccezionali registrate in diverse zone del bacino. Nei primi giorni di agosto una boa in mare aperto nei pressi di Sa Dragonera, a Maiorca, ha superato i 33 gradi, facendo segnare un valore eccezionale per il Mediterraneo occidentale.

L’allarme degli esperti sul Mar Mediterraneo

A richiamare l’attenzione sul rapporto tra turismo di massa e salute del mare è Marevivo. Il Mar Mediterraneo, infatti, è già esposto agli effetti della crisi climatica, ai quali si aggiunge la pressione provocata dalle attività umane. Rosalba Giugni, presidente della Fondazione Marevivo, sottolinea come sia necessario distinguere tra il turismo in sé e il modo nel quale vengono organizzati e concentrati i flussi. “Il futuro del turismo nel Mediterraneo dipende dalla salute del Mediterraneo stesso”, ha spiegato, secondo quanto riportato da ‘La Repubblica’.

Proprio gli ecosistemi, i paesaggi e il mare che attirano milioni di persone ogni estate rischiano di essere progressivamente deteriorati dalle attività turistiche. Il punto critico, secondo la presidente di Marevivo, è “un modello di fruizione del territorio che concentra milioni di persone negli stessi luoghi e negli stessi periodi dell’anno, esercitando una pressione sempre maggiore su ecosistemi già fragili”, come riportato sempre da ‘La Repubblica’.

La questione diventa quindi quella di trovare un equilibrio. Secondo Giugni è quindi necessario decidere se continuare ad aumentare la pressione oppure pensare ad “un turismo capace di rispettare e proteggere il patrimonio naturale da cui dipende il suo stesso futuro”.