Meloni "angelo", la teoria sui Savoia e i gioielli della Corona
Giorgia Meloni "angelo" all'interno della basilica di San Lorenzo in Lucina: spunta una teoria sui Savoia e sul destino dei gioielli della Corona
Il restauro dell’angelo con il volto che somiglierebbe a quello di Giorgia Meloni continua a far parlare: l’opera che si trova all’interno della basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, ha dato il via anche a una teoria che riguarderebbe i Savoia e i gioielli della Corona.
Giorgia Meloni “angelo”: la teoria sui Savoia
Della teoria si legge su ‘Adnkronos’: vale la pena specificare che il tutto rientra nel campo delle ipotesi, quindi nulla di confermato o scritto sulla pietra. Osservando l’intera Cappella che ospita l’angelo restaurato, con il volto somigliante a quello di Giorgia Meloni, si può risalire a una serie di elementi che racconterebbero una storia, quella del rientro della salma dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II di Savoia, e la questione legata ai gioielli della Corona.
I finanziatori del primo restauro, datato 2003, sono dichiarati pubblicamente all’ingresso della Cappella, dove in una lastra di marmo affissa su una parete, si legge l’iscrizione “Daniela d’Amelio Memmo et Antonio d’Amelio restituerunt A.D. MMIII”, vale a dire “Daniela d’Amelio Memmo e Antonio d’Amelio restituirono nel 2003”.
Su ‘Adnkronos’ si legge testualmente “La Cappella è stata, quindi, restaurata per volontà di Daniela Memmo, presidente della Fondazione Memmo insieme alla sorella Patrizia, e del marito Antonio d’Amelio, figlio di Carlo d’Amelio, esimio giurista napoletano (assistette anche Guglielmo Marconi) seppellito nella Basilica, Gentiluomo e Cameriere Segreto di cappa e spada di Sua Santità e soprattutto (per comprendere il nesso con il giallo della Basilica di San Lorenzo in Lucina) ministro della Real Casa di Savoia dal 1983 alla morte. Carlo d’Amelio era cioè il gentiluomo incaricato di seguire gli affari privati della Real Casa in Italia”.
Presente poi una grande lastra di marmo, sorretta da due cherubini, con la scritta “In memoria di Umberto II Di Savoia, Re d’Italia che cristianamente rassegnato alla divina volontà preferì alla guerra civile l’esilio, a esso votandosi per amore della Patria cui rivolse sempre fino alla morte l’esortazione alla concordia e il suo pensiero filiale riaffermando gli ideali e le tradizioni della sua casa. Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra 18 marzo 1983” e a capo la frase “Il figlio Vittorio Emanuele pose nella speranza che l’esilio cessi dopo la morte con la traslazione della venerata salma al Pantheon”.
Quest’ultima frase è molto significativa: la salma dell’ultimo Re d’Italia, infatti, è oggi custodita presso l’Abbazia di Altacomba in Savoia e circa un anno fa, il nipote Emanuele Filiberto, disse che per il trasferimento al Pantheon delle salme dei nonni, quindi Umberto II e Maria José del Belgio, mancherebbe solo il sì del Presidente della Repubblica.
Qui l’interrogativo avanzato da ‘Adnkronos’ sul significato simbolico delle opere: “È un caso che l’auspicio iscritto nella cappella di una “traslazione della venerata salma al Pantheon” sia sovrastato proprio dall’angelo/vittoria alata somigliante a una presidente del Consiglio che tiene in mano un cartiglio con la mappa dell’Italia?”.
Il giallo dei gioielli della Corona
Oltre al trasferimento della salma di Umberto II, un altro giallo si nasconderebbe dietro il restauro nella basilica di San Lorenzo in Lucina, quello del destino dei gioielli della Real Casa. Se un angelo sembra somigliare a Giorgia Meloni, per molti l’altro angelo avrebbe il volto di Giuseppe Conte.
Proprio durante il secondo Governo Conte, non venne dato seguito alle richieste di restituzioni del tesoro della Corona d’Italia avanzate dagli eredi dei Savoia, attraverso una mediazione stragiudiziale con la Banca d’Italia e la Presidenza del Consiglio.
Nel maggio del 2025 la richiesta degli eredi è stata poi respinta anche dal Tribunale Civile di Roma che ha stabilito come i gioielli appartengano ufficialmente allo Stato. A questo punto Emanuele Filiberto ha contestato la sentenza per poi presentare ricorso alla Cedu, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
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