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Gli spaghetti ai ricci di mare rischiano di sparire in Sardegna

Gli spaghetti ai ricci di mare rischiano di scomparire in Sardegna a causa della crisi che sta investendo i ricci che sono in via di estinzione

Pubblicato:

Martina Bressan

Martina Bressan

SEO copywriter e Web Content Editor

Appassionata di viaggi, di trail running e di yoga, ama scoprire nuovi posti e nuove culture. Curiosa, determinata e intraprendente adora leggere ma soprattutto scrivere.

spaghetti ai ricci di mare

Gli spaghetti ai ricci sono uno dei simboli più autentici della cucina sarda, in particolare della tradizione culinaria di Cagliari. Una consuetudine profondamente radicata che oggi, però, è oggetto di importanti discussioni. Sempre più spesso, infatti, si parla del rischio concreto che gli spaghetti ai ricci possano diventare un piatto raro, se non addirittura scomparire dalle tavole. Una prospettiva che nasce da una crisi che riguarda la disponibilità dei ricci nei nostri mari.

Perché gli spaghetti ai ricci rischiano di scomparire

Gli spaghetti ai ricci di mare stanno diventando un caso e sono oggetto di molti dibattiti. Il problema principale, come riporta ‘Gambero Rosso’, è legato alla diminuzione dei ricci di mare lungo le coste sarde. Negli ultimi anni, c’è stato un progressivo impoverimento dei fondali, con una presenza sempre più ridotta di questi organismi. Una situazione che non riguarda solo la Sardegna, ma anche altre regioni italiane come la Puglia e la Sicilia.

Già qualche anno fa, la Sardegna aveva scelto la linea drastica di vietare temporaneamente la raccolta e la commercializzazione dei ricci di mare con l’obiettivo di favorire il ripopolamento. Una misura importante, nata dal fatto che il prelievo intensivo aveva messo a rischio la sopravvivenza della specie. A distanza di tempo, però, questa linea non sembra aver portato a un recupero significativo. Questo perché il riccio di mare ha una crescita lenta e una capacità di riproduzione legata a determinate condizioni. Quando la densità scende sotto una certa soglia, la specie fatica a rigenerarsi.

A questo si aggiungono fattori ambientali come il cambiamento climatico che rendono ancora più difficile il recupero. Accanto a questo, esiste poi una questione economica e sociale dato che per molti pescatori la raccolta dei ricci rappresenta una fonte di reddito fondamentale. Il blocco della pesca ha inevitabilmente creato difficoltà, anche se accompagnato da alcuni incentivi regionali.

La risposta della Regione Sardegna e le prospettive future

La Regione Sardegna si trova, quindi, davanti a una sfida complessa. Dopo il primo blocco introdotto si è passati a un sistema più articolato, fatto di controlli, limiti e tracciabilità, ma la situazione non sembra essere migliorata. Tra le ipotesi, come riporta sempre ‘Gambero Rosso’, c’è quella di un nuovo fermo biologico prolungato, accompagnato sempre da strumenti di sostegno per i lavoratori del settore. Si guarda, però, anche a modelli alternativi, come il coinvolgimento dei pescatori in attività di monitoraggio oppure la rottamazione di alcune licenze.

Resta infine il problema dell’abusivismo, che continua a rappresentare una minaccia concreta. Nonostante i divieti e i controlli, esiste ancora un mercato parallelo che continua a rendere più difficile la tutela della specie. Come già accennato, la Sardegna non è l’unica regione italiana a dover affrontare questa crisi. In Puglia, ad esempio, nel 2023 è stato emanato un fermo biologico per tutelare i ricci che anche in quella zona stanno scomparendo. Il provvedimento di blocco ha, per ora, come termine maggio 2026.

Questo, però, ha portato a un aumento delle importazioni dall’estero, soprattutto dalla Grecia e dalla Croazia, e ha avuto un impatto diretto sui prezzi. Le spese legate al trasporto, tra traghetti e carburante, incidono inevitabilmente sul prezzo finale. Inoltre, il prodotto importato arriva spesso dopo diversi giorni, modificando l’esperienza rispetto al consumo di riccio appena pescato. Anche in Sicilia sono emersi già tempo fa segnali preoccupanti. Alcuni studi recenti, come il progetto “Monitoring Paracentrotus – Mopa”, parlano di una specie a rischio, evidenziando come la pressione dell’uomo abbia compromesso l’equilibrio naturale.