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Il Gran Sasso e l'enorme boato del 2023, il mistero è svelato

Sono stati condivisi i risultati delle indagini condotte presso il massiccio del Gran Sasso riguardo il forte boato che si era sentito nel 2023

Pubblicato:

Martina Bressan

Martina Bressan

SEO copywriter e Web Content Editor

Appassionata di viaggi, di trail running e di yoga, ama scoprire nuovi posti e nuove culture. Curiosa, determinata e intraprendente adora leggere ma soprattutto scrivere.

Gran Sasso

Il Gran Sasso d’Italia, il massiccio montuoso più alto degli Appennini, è da sempre un luogo molto affascinante. Oltre che bellissimi paesaggi naturali, il massiccio ospita i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, uno dei centri di ricerca sotterranei più importanti al mondo. Proprio qui, nell’agosto del 2023, si è verificato un forte boato. Il rumore, percepito chiaramente all’interno dei laboratori situati sotto la montagna, ha immediatamente attirato l’attenzione di ricercatori e tecnici. Inizialmente, le ipotesi erano molteplici, ma nessuna spiegazione era totalmente convincente. A distanza di quasi tre anni, quel mistero è stato finalmente chiarito grazie a uno studio scientifico approfondito condotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature.

Il boato del 2023: cosa è successo davvero nel cuore del Gran Sasso

Nel cuore del Gran Sasso si trova uno dei luoghi più importanti della ricerca scientifica mondiale: i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS). Si tratta del più grande centro di ricerca sotterraneo del pianeta, dedicato allo studio delle particelle fondamentali della materia. Situati a circa 1400 metri sotto la montagna, tra L’Aquila, Teramo e Pescara, rappresentano un’eccellenza dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Inaugurati nel 1984, hanno ospitato scienziati provenienti da decine di Paesi e continuano ancora oggi a essere un punto di riferimento internazionale con numerosi esperimenti attivi.

È proprio qui che nella notte tra il 14 e il 15 agosto si è sentito un forte boato che ha lasciato a lungo interrogativi senza risposta. Il fragore udito non è stato un evento isolato. Secondo le analisi condotte dai ricercatori, si tratta infatti della fase finale di un processo iniziato tempo prima, già a partire dalla primavera. Gli strumenti installati sia all’interno sia all’esterno del massiccio del Gran Sasso hanno rilevato anomalie significative nelle acque sotterranee.

In particolare, sono state osservate variazioni nelle portate e nelle pressioni, probabilmente legate alle abbondanti precipitazioni primaverili. Questo accumulo dell’acqua ha generato tensioni interne che hanno causato l’improvviso rumore, percepito come un boato.  L’analisi ha integrato dati provenienti da diversi strumenti di monitoraggio e i ricercatori hanno usato un approccio multidisciplinare.

Le parole degli esperti e la spiegazione scientifica del fenomeno

A chiarire definitivamente la natura del boato sono state anche le dichiarazioni degli esperti coinvolti nello studio, riportate da ‘La Repubblica’. In particolare, il direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, Ezio Previtali, ha sottolineato come questi fenomeni non siano del tutto eccezionali. “Spesso la montagna ci “parla” nel senso stretto del termine, producendo forti rumori per i quali le sale sperimentali dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso diventano cassa di risonanza”, ha spiegato Previtali.

Per analizzare il fenomeno, i ricercatori hanno utilizzato anche strumenti altamente sofisticati, come il sistema Ginger (Gyroscopes IN GEneral Relativity), un giroscopio laser progettato per misurare variazioni minime nella rotazione terrestre. “Stiamo lavorando per rendere questi strumenti utilizzabili anche in altri contesti geologici dove potrebbero essere di grande aiuto nello studio e nel monitoraggio di eventi sismici”, ha spiegato Previtali sempre a ‘La Repubblica’.

Lo studio, coordinato dal ricercatore Marino Domenico Barberio e realizzato in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e diverse università italiane, tra cui Sapienza, Pisa e L’Aquila, ha così dimostrato come il fenomeno sia strettamente legato all’acqua. Non si tratta quindi di un evento pericoloso ma di un processo naturale che può verificarsi in ambienti montuosi.