Roma, poesia sul Coronavirus sotto la statua parlante di Pasquino
Appesa sotto la statua di Pasquino, nella capitale spunta una poesia sul Coronavirus

I romani sanno sdrammatizzare anche nei momenti più difficili. In piena emergenza Coronavirus, sotto la statua di Pasquino, a Roma, è spuntata una poesia.
L’opera, triste, amara e senza firma, è spuntata proprio sotto la statua parlante più famosa e popolare di tutta la Capitale. La poesia è dedicata alla paura del contagio che sta fermando tutta l’Italia, tenendo milioni di cittadini chiusi in casa, senza la possibilità di uscire.
“Pasquino mio, so giorni un po’ bizzarri: staremo a casa forse più di un mese, a Carnevale hanno fermato i carri, hanno chiuso frontiere, scuole, chiese – recita la poesia appesa sotto la famosa statua di Pasquino – C’hai la febbre, la tosse, li catarri? Te senti fiacco, hai basse le difese? È mejo se finestre e porte sbarri, che fuori c’è la polizia in borghese…Amico caro, in mezzo a quest’inferno hai visto mai qualcosa che funziona! Torna n’antica forma de governo che fa della paura la sua icona: è tirannia, e non lo dico a scherno, c’è già chi è degno della sua corona…”.
Versi ironici e al tempo stesso malinconici, scritti a mano su un foglio di carta appeso sul muro. L’autore resta sconosciuto ma la foto della poesia ha già fatto il giro del paese sul web, riscontrando molto successo. La poesia fotografa alla perfezione il momento di difficoltà che stanno vivendo i cittadini di Roma e di tutta Italia, alle prese con l’emergenza Coronavirus.
La statua di Pasquino è il simbolo della satira romana ed è considerata la più famose delle sei statue parlanti della capitale. Venne ritrovata nel 1501 durante gli scavi per la ristrutturazione di Palazzo Orsini, oggi chiamato Palazzo Braschi. Le sue origini sono antichissime e risalgono all’età imperiale.
Secondo gli studiosi la statua ricorda le vicende iliache della guerra di Troia e rappresenterebbe Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente. Alla statua di Pasquino è legata l’usanza delle Pasquinate, ovvero satire in versi che i cittadini di Roma scrivevano per prendere di mira il potere temporale dei Papi e appendevano sull’opera.
Per porre rimedio alle Pasquinate, il papato faceva controllare la statua da guardie notturne: per continuare a prendersi beffa dei potenti, i romani iniziarono ad attaccare le Pasquinate in altre statue in giro per la Capitale. Fu così che nacquero le altre statue parlanti: Madama Lucrezia, Marforio, il Babuino, il Facchino e l’Abate Luigi.
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